Assenteismo
I nostri casi studio: assenteismo

I FATTI

Importante impresa di costruzioni edili nutriva dei sospetti sul proprio responsabile di cantiere che si allontanava sistematicamente dalla sede lavorativa senza alcun permesso o motivazione, trascorrendo così molto del suo tempo lontano dal luogo di lavoro.

OBIETTIVO

Acquisire elementi probatori per poi procedere con un licenziamento per giusta causa.

INTERVENTO

Dopo un accurato studio del caso e l’affidamento da parte dell’impresa del mandato investigativo, CAPTA è intervenuta attraverso un’attività di osservazione e di pedinamento (statica e dinamica), svolta nel lungo periodo.
Per avere un più efficace controllo sui presunti allontanamenti del dipendente dalla sede lavorativa veniva posizionato sull’autovettura aziendale data in uso al dipendente un sistema di localizzazione (GPS).

GIURISPRUDENZA

La Corte di Cassazione più volte si è espressa sulla liceità dell’utilizzo da parte dell’azienda di investigatori privati anche con l’ausilio di sistemi GPS per il monitoraggio degli spostamenti del lavoratore (ad esempio con sentenza n°20440/2015) poiché tali attività sono finalizzate a verificare comportamenti lesivi del patrimonio e dell’immagine aziendale.

CONCLUSIONI

L’attività di investigazione condotta da CAPTA ha confermato i sospetti del mandante: il lavoratore in questione si allontanava tutti i giorni, utilizzando il mezzo aziendale dal posto di lavoro per effettuare attività private che esulavano dalla sua prestazione lavorativa.
Nello specifico il lavoratore si recava sovente in alcuni supermercati durante le ore lavorative per effettuare le spese private, s’intratteneva al bar bevendo e dialogando per diverso tempo con altre persone, si recava in negozi di abbigliamento per effettuare spese personali.
Conclusa l’attività d’osservazione e pedinamento del lavoratore, CAPTA consegnava al cliente la relazione investigativa dettagliata in cui erano riportati in maniera cronologica tutti gli spostamenti illeciti del lavoratore in questione, corredata da prove fotografiche e dalla tracciatura del sistema di localizzazione GPS, che provava della recidività di tali comportamenti. L’azienda mandante quindi procedeva alla contestazione dei fatti rilevati e al licenziamento del lavoratore per giusta causa.

I nostri casi studio: finta malattia

I FATTI

Azienda del tessile nutriva dei sospetti nei confronti di un proprio dipendente che, presentando regolarmente certificati di malattia, era stato visto svolgere un’altra attività lavorativa.

OBIETTIVO

Acquisire elementi probatori per poi procedere con un licenziamento per giusta causa.

INTERVENTO

Dopo un accurato studio del caso e l’affidamento da parte dell’impresa del mandato investigativo, CAPTA è intervenuta attraverso un’attività di osservazione e di pedinamento (statica e dinamica), svolta nei giorni di malattia del dipendente.

GIURISPRUDENZA

La Corte di Cassazione si è già espressa in più casi (ad esempio la Corte di Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza n. 25162 del 26 Novembre 2014 e n°6236 del 2001), dove specifica che l’impego di un investigatore in riferimenti all’art. 5 della legge 300 del 1970 "non precludono che le risultanze delle certificazioni mediche prodotte dal lavoratore, e in genere degli accertamenti di carattere sanitario, possano essere contestate anche valorizzando ogni circostanza di fatto - pur non risultante dall'accertamento sanitario - atta a dimostrare l'insussistenza della malattia o la non idoneità di quest'ultima a determinare uno stato di incapacità lavorativa, e quindi a giustificare l'assenza" .

CONCLUSIONI

L’attività di investigazione condotta da CAPTA ha confermato i sospetti del cliente: il lavoratore in questione si allontanava tutti i giorni, utilizzando il mezzo aziendale dal posto di lavoro per effettuare attività private che esulavano dalla sua prestazione lavorativa.
Nello specifico il lavoratore si recava nei giorni di malattia presso un bar gestito dalla figlia, dove svolgeva attività di barista, servendo i clienti, trasportando all’interno del bar casse di bevande e svolgendo pulizie del locale durante alcune ore della giornata.
Conclusa l’attività di investigazione, CAPTA consegnava al mandante la relazione dettagliata in cui erano riportati i fatti descritti in maniera cronologica, corredati da prove fotografiche che dimostravano l’insussistenza della malattia dichiarata e dello stato d’incapacità lavorativa.
L’azienda mandante, visti i risultati dell’indagine e la relazione investigativa valevole ai fini probatori, procedeva al licenziamento per giusta causa del dipendente.

I nostri casi studio: abuso di permessi legge 104

I FATTI

Nota azienda manifatturiera nutriva il sospetto che un proprio dipendente, fruitore dei permessi della legge 104/1992, abusasse di tale diritto.
Nello specifico il dipendente usufruiva della disposizione di cui al comma 3 dell’art. 33 della l. n. 104/1992 che prevede, per il dipendente pubblico e privato che assiste la persona disabile, il diritto di fruire di tre giorni di permesso mensile.

OBIETTIVO

Acquisire elementi probatori per dimostrare l’abuso nell’utilizzo dei permessi sopracitati.

INTERVENTO

Dopo un accurato studio del caso e l’affidamento da parte dell’impresa del mandato investigativo, CAPTA è intervenuta attraverso un’attività di osservazione e di pedinamento, svolta nei giorni in cui il dipendente usufruiva dei permessi della legge 104/1992.
Secondo la Cassazione il pedinamento del dipendente è legittimo e non contrario allo statuto dei lavoratori in quanto si svolge fuori dall’orario di lavoro e durante l’arco temporale in cui il rapporto di lavoro è sospeso per la fruizione del permesso.

GIURISPRUDENZA

La Corte di Cassazione più volte si è espressa anche sulla condotta illecita di quei dipendenti che sfruttano i permessi della legge 104/1992 per uso personale dichiarando che "la condotta di chi sfrutta anche una sola ora dei “permessi della 104” non per assistere il parente ha, in sé, un disvalore sociale da condannare. In questo modo, infatti, si scarica il costo del proprio ozio sulla collettività. Anche volendo ritenere che le residue ore del permesso vengono utilizzate per assistere il parente, resta il fatto che una parte del permesso è stata utilizzata per scopi diversi rispetto a quelli per cui è stato riconosciuto" e aggiungendo che "Chi abusa dei permessi della 104 fa ricadere i costi della propria pigrizia sulla collettività. I permessi, infatti, sono retribuiti in via anticipata dal datore di lavoro, il quale poi viene rimborsato dall’Inps del relativo onere anche ai fini contributivi. Inoltre, tale comportamento costringe il datore di lavoro ad organizzare diversamente, ad ogni permesso, il lavoro in azienda e i propri compagni di lavoro che lo devono sostituire, ad una maggiore penosità della prestazione lavorativa" (Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 17 dicembre 2014 – 30 aprile 2015, n. 8784)

CONCLUSIONI

L’attività di investigazione condotta da CAPTA ha confermato i sospetti del mandante: il lavoratore in questione durante i gironi di permesso non assisteva alcun parente malato ma veniva visto trascorrere la giornata a pescare al mare.
Conclusa l’attività di osservazione e di pedinamento, CAPTA consegnava al mandante la relazione dettagliata in cui erano riportati i fatti descritti in maniera cronologica, corredati da prove fotografiche che dimostravano l’attività svolta dal lavoratore durante le giornate di permesso.
La società mandante, visiti i risultati dell’indagine e la relazione investigativa valevole ai fini probatori, provvedeva alla contestazione dei fatti rilevati e al licenziamento del lavoratore per giusta causa.
La Cassazione si è espressa in un caso analogo giustificando il licenziamento del dipendente per via del fatto che il suo "l’abuso del diritto, nel caso di specie, è particolarmente odioso e grave ripercotendosi senz’altro sull’elemento fiduciario trattandosi di condotta” idonea a porre in dubbio “la futura correttezza dell’adempimento in quanto sintomatica di certo atteggiarsi del lavoratore rispetto agli obblighi assunti".

Cos’è l’assenteismo?

L’assenteismo si verifica quando un dipendente di un’azienda si assenta ripetutamente dal proprio posto di lavoro per brevi o lunghi periodi, adducendo false motivazioni.

Una tipologia di assenteismo che si sta affermando in modo significativo è l’assenteismo presenziale. Questa forma di assenteismo si mette in atto quando il dipendente, durante l’orario lavorativo, trascorre molto tempo su social networks, navigando in internet o curandosi di propri interessi personali mediante il terminale dell’azienda, distogliendo la propria attenzione dalle mansioni lavorative, con conseguente diminuzione della produttività a danno dell’azienda.

Il fenomeno dell’assenteismo può configurarsi sotto varie forme:

  • Inosservanza sistematica dell’orario lavorativo
  • Abuso di permessi retribuiti
  • Utilizzo indebito di permessi per malattia
  • Scorretta fruizione permessi ex legge 104/92
  • Infortuni simulati
  • Assenze dal luogo di lavoro senza valido motivo

Perché intervenire?

L’assenteismo e l’incapacità lavorativa provocano all’azienda una serie di forti costi diretti e indiretti che coinvolgono tutta la filiera produttiva, costringendo a rimediare alla funzione assente.

Come interviene CAPTA?

L’intervento si articola in due fasi:

  1. L’ analisi della situazione, al fine di individuare la corretta strategia investigativa;
  2. L’indagine, mirata alla determinazione del caso di assenteismo, individuando e documentando le reali motivazioni che hanno condotto il dipendente ad assentarsi dal lavoro.

L’indagine per assenteismo può sfociare nel licenziamento per giusta causa, che secondo il codice civile, è lo strumento necessario alle aziende per tutelarsi e far fronte a gravi inadempimenti messi in atto dai dipendenti o collaboratori.

Capta produce la relazione investigativa ricca di documenti utilizzabili in sede giudiziaria: prove di questo tipo, sono indispensabili all’azienda o al datore di lavoro per dimostrare in tribunale gli illeciti subiti, considerando anche che la legge ritiene non valide le prove (anche se eclatanti) raccolte direttamente dall’azienda.

Tutte le indagini e le relative documentazioni prodotte sono valide in sede di giudizio.

La giurisprudenza

L’azienda in tal modo avrà la possibilità di adottare le opportune misure di tutela sia dal punto di vista disciplinare sia processuale:

  • Garante della Privacy il 13/01/2001 che – riferendosi alle indagini di un investigatore che, per conto di una società cliente, era riuscito ad accertare l’insussistenza della patologia rivendicata e addotta da un dipendente per giustificare i periodi di assenza – ha confermato la liceità e correttezza del trattamento di dati effettuato dai suoi datori di lavoro, respingendo il ricorso del dipendente licenziato.”La legge n° 675/1996 prevede alcune eccezioni alla disciplina ordinaria prendendo in considerazione questa esigenza e in particolare il trattamento dei dati personali non sensibili effettuato per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria è lecito anche senza il consenso dell’interessato”.
  • Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con la sentenza n° 4984 del 4 marzo 2014, riconosceva il diritto del datore di lavoro di utilizzare attività d’investigazioni private sul dipendente per il controllo dell’utilizzo dei permessi ai sensi della legge 104/92.Sono altresì leciti i controlli da parte del datore di lavoro quando non riguardano l’inadempimento dell’obbligazione lavorativa, ma le condotte di carattere fiscale ovvero penale, che esulano dal contenuto della prestazione di lavoro, come definito dalla sentenza della Cassazione Civile, sez. lavoro, n° 12489 del 08/06/2011.

 

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