Licenziamento dopo un tweet contro la propria azienda

In questi giorni uno dei più diffusi social network è al centro delle cronache internazionali: la Cambridge Analytica – azienda che  raccoglie dati personali per creare profili psicologici degli utenti da usare in campagne di marketing super mirate e con posizione politiche vicine alla destra conservatrice – è accusata di aver utilizzato illegalmente (o comunque violando le policy di Facebook) i dati di circa 50 milioni di utenti, dimostrando come il pericolo maggiore per la nostra privacy derivi proprio dal mondo virtuale.

Non è solo la privacy degli utenti che può essere danneggiata in rete: ogni giorno milioni di persone si connettono sulle piattaforme digitali per acquistare, informarsi, scambiarsi messaggi ed esprimere opinioni personali sulla politica, sulla religione, sullo sport e anche sulla propria azienda e/o datore di lavoro.

Con la sentenza 62/2018  il Tribunale di Busto Arsizio non ha dato ragione al lavoratore di una compagnia aerea che su Twitter ha «cinguettato» parole assai disinvolte nei confronti del vettore, un tweet che gli è costato il licenziamento. Lo stesso giudice ha ritenuto che la frase pubblicata ha leso l’immagine del datore di lavoro «rendendo e esplicito un atteggiamento di disprezzo verso l’azienda e i suoi amministratori». ll tweet è stato dunque sufficiente per ritenere leso il rapporto fiduciario con l’azienda andando oltre «il diritto di critica che ha infatti precisi requisiti  che, se varcati, possono danneggiare il vincolo di fedeltà alla base dei rapporti di lavoro.

Come può l’imprenditore tutelare la reputazione e l’immagine propria azienda nel mondo digitale? La soluzione preventiva che molte aziende, anche grazie a partner esterni come Capta, hanno applicato è quella che comporta la modifica dei propri contratti collettivi e le stesse policy aziendali, introducendo delle sanzioni disciplinari per opinioni e commenti pubblicati sui social che ledono l’immagine aziendale. I contenuti delle policy devono essere rese note ai lavoratori e tempestivamente contestate. La giornalista Marisa Marrafino del Sole 24 ore riporta che il ritardo nell’addebito pesa sull’azienda, la quale non potrà irrogare sanzioni se le contestazioni sono generiche.

Diversi sono i casi approdati nei tribunali, dove emergono sentenze opposte: da una parte chi “sostiene” il diritto di critica, dall’altro chi ritiene giusto il licenziamento in seguito ad un danno all’azienda.

Quello che è certo è che bisogna avere la massima attenzione a quello che si pubblica sulle piattaforme digitali per non rischiare il proprio posto di lavoro.